Migrazione e identità
Un telefono indistruttibile che ha viaggiato dal Marocco all'Italia dentro una giacca — l'unico oggetto che collegava un ragazzo di vent'anni alla voce di sua madre.
Quando sono partito dal Marocco avevo vent'anni e un Nokia 3310. Mia madre me lo aveva dato lei, con una scheda Maroc Telecom con dieci dirham di credito. Mi aveva detto: «Chiamami quando arrivi.» Non sapeva dove sarei arrivato, né quando. Neanch'io.
Il viaggio è durato undici giorni. Il telefono era nella tasca interna della giacca, avvolto in un sacchetto di plastica. Non l'ho mai acceso durante il viaggio — non c'era campo, non c'era corrente, e dovevo conservare la batteria per quella telefonata.
Sono arrivato a Brescia il 14 settembre 2018. Mi ha accolto mio cugino, che viveva già a Lumezzane da quattro anni. La prima cosa che ho fatto è stata caricare il telefono. La seconda è stata chiamare mia madre. Ha risposto al primo squillo — come se fosse stata lì, con il telefono in mano, ad aspettare. Non ha detto niente per dieci secondi. Poi ha iniziato a piangere.
Quel Nokia l'ho tenuto per altri due anni, anche quando ho preso un telefono nuovo. Lo caricavo ogni tanto, per vedere se si accendeva ancora. Si accendeva sempre. È un telefono che non si arrende, come me.
Oggi lavoro in una ditta metalmeccanica e ho un figlio che ha un anno. Il Nokia è nel cassetto del comodino. Ogni tanto lo prendo in mano e penso a quel viaggio. E a quella telefonata. È l'oggetto più importante che possiedo.
Nokia 3310 su parquet — foto del contributore
Anche tu hai una storia da raccontare? Un oggetto, un ricordo, un frammento di vita. La prossima memoria potrebbe essere la tua.
Contribuisci →