Infanzia e resilienza
Un Game Boy Color viola che ha tenuto compagnia a una bambina di nove anni durante sei mesi di ricovero — e che oggi è il primo giocattolo che ha dato a sua figlia.
Ho passato sei mesi all'ospedale dei bambini quando avevo nove anni. Non ricordo molto di quel periodo — è come se il cervello avesse deciso di cancellare le parti brutte. Ma ricordo il Game Boy Color viola che mia zia Paola mi portò alla terza settimana di ricovero. Era usato, comprato al mercatino dell'usato di Gardone, con una cartuccia di Pokémon Cristallo dentro.
Non avevo mai giocato ai Pokémon prima. In ospedale, quel gioco è diventato il mio mondo. Mentre fuori dalla porta i dottori parlavano con i miei genitori con quella voce bassa che usano quando non vogliono farsi sentire, io ero a Johto, catturavo Pokémon, sfidavo i capipalestra. Avevo un Typhlosion di livello 78 che si chiamava Fiammetta.
La sera, quando la stanza era buia e si sentivano i rumori dell'ospedale — quei bip delle macchine, i passi delle infermiere — accendevo il Game Boy sotto le coperte. Lo schermo non era retroilluminato, ma con la luce del corridoio che filtrava sotto la porta si vedeva abbastanza. Il suono l'avevo sempre spento, per non disturbare.
Sono guarita. Ho portato a casa il Game Boy e non l'ho più toccato per anni. Era legato a un periodo che volevo dimenticare. Poi, a ventisei anni, l'ho ritrovato in uno scatolone. L'ho acceso: la partita era ancora lì. Fiammetta era ancora lì, livello 78.
L'anno scorso è nata mia figlia. Il Game Boy è stato il primo giocattolo che ho messo nella sua cameretta. Non sa ancora cos'è, ma un giorno glielo racconterò. E le dirò che a volte le cose piccole ti salvano.
Game Boy Color viola trasparente con cartuccia Pokémon — foto della contributrice
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